Perche' studiare le danze del Rinascimento? PDF Stampa E-mail
Scritto da Magda De Notariis   

Dal Rinascimento sono passati oltre cinquecento anni, ma l’interesse per le danze di quell’epoca è piuttosto recente: è nato, infatti, nella seconda metà del Novecento, quando sono iniziati studi più approfonditi dei trattati dei maestri del XV e del XVI secolo. Da allora sono sempre più numerosi in tutto il mondo i gruppi di appassionati che hanno riscoperto la danza storica e attraverso di essa hanno sperimentato un nuovo modo di conoscere la storia delle società del passato. Perché l’apprendimento delle danze di quell’epoca stimola la curiosità ad andare oltre, a ricostruire la vita delle corti di un tempo, in un’esperienza di living history insolita e culturalmente stimolante.

 

La cultura del Rinascimento, con la fioritura di tutte le forme d'arte, segnò una nuova consapevolezza dell'individuo nel suo rapporto con il mondo. Il trionfo della pagana gioia di vivere, la conquista della realtà terrena per mezzo dell’intelligenza umana  diedero  nuovo impulso alla vita delle corti signorili e dell'agiata borghesia mercantile. La danza, inserita nel contesto della festa, diventò il raffinato  intrattenimento dei nobili e lo specchio della magnificenza della corte. I ritmi e i passi provenienti dalle danze antiche e da quelle popolari vennero modificati per adeguarli ai ricevimenti di sala, al suono di liuti, flauti e vielle.

La danza del Quattrocento è un alternarsi di movimenti lenti e solenni, in cui il contatto con il terreno è costante (bassa danza, in contrapposizione all'alta danza, di derivazione più popolare, vivace e saltellata). La postura è eretta, con un'elevazione verso l'alto a indicare un'aspirazione all'equilibrio fra cielo e terra. I passi saltati come piva e salterello vengono eseguiti con movenze più misurate rispetto alle danze popolari eseguite sulle piazze e nei cortili. Il portamento elegante dei danzatori è sottolineato dall'ombreggiatura (a ogni passo la spalla sinistra si sposta leggermente in avanti contemporaneamente al piede destro e la spalla destra in sincronia col piede sinistro). L'avanzare dei danzatori segue anche l'ondeggiatura, un movimento del corpo verso l'alto simile a quello di un'imbarcazione tra le onde. Le vicende pubbliche e private della vita del signore sono celebrate con feste da ballo e sempre più spesso intermezzi  coreutici venivano inseriti all'interno di commedie, tragedie e drammi pastorali.

In un contesto del genere entra in scena, per la prima volta, il maestro di danza. Il fenomeno dei maestri di danza esplose in modo particolare nell'Italia settentrionale. Non esisteva principe che non avesse il suo maestro di fiducia, né corte dove non si organizzassero feste danzanti. Con la formazione della categoria dei maestri, nasce la moda dei manuali di ballo che stabilivano le regole della danza. Finiti i tempi in cui ognuno poteva “muoversi” come voleva, da questo momento, si avvia un lungo processo di evoluzione del linguaggio coreutico e, parallelamente, si allargava il divario fra il modo di ballare delle classi umili e i canoni seguiti dalle classi sociali superiori. La danza nobile si configura come un insieme di regole di comportamento, di passi codificati, di stili definiti.

Il primo a sistematizzare in un'opera scritta le teorie relative alla danza italiana del Quattrocento è Domenico da Piacenza, che nel trattato De arte saltanti e choreas ducendi, indica i passi e le musiche delle coreografie in voga presso le varie corti, di molte delle quali è autore.

Il lavoro, concepito come un manuale scientifico, presenta per la prima volta un metodo, inteso in senso moderno, per affrontare le tematiche coreutiche, dalla teoria, al lessico, alle amalgamazioni. Inoltre, per ogni danza trattata, sono riportate precise notazioni musicali, attribuibili o al Maestro in persona o a musicisti di professione. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare di fronte a un manuale divulgativo, questo libro non si rivolge ad ipotetici allievi che abbiano come unico obiettivo quello di imparare a ballare. La lettura del testo presuppone una conoscenza musicale di base, oltre che una particolare inclinazione per l'arte della danza. Ciò ha fatto ipotizzare che l'opera sia nata per formare nuovi insegnanti di danza, visto che all'epoca, la domanda di maestri era molto superiore all'offerta.

Per quanto riguarda la classificazione delle danze, sono quattro quelle significative  dal punto di vista tecnico ed estetico: bassadanza, quaternaria, saltarello, piva.

Per ogni danza il Maestro stabilisce il tempo e la relazione con le altre tre danze. In tal modo egli può creare sequenze originali, mescolando di volta in volta i passi delle quattro danze fondamentali prese in esame. In pratica, si possono inventare nuove danze partendo dalle basi dei quattro balli citati. Questa impostazione darà una svolta allo studio analitico delle tecniche di ballo,  fissando una piattaforma teorica per la costruzione della coreografia come disciplina.

Il trattato di Domenico da Piacenza si può anche considerare la premessa metodologica per la definizione di una idea del balletto e delle sue prime regole. Infatti, il termine balletto compare nell'opera del suo allievo Antonio Cornazano, Libro sull'arte del danzare, il cui contenuto è praticamente la summa dell'insegnamento del maestro. L'interesse principale di Domenico da Piacenza è incentrato sulla visione unitaria dei vari movimenti in relazione alla musica. La sintesi delle figure e la rispondenza delle stesse ai ritmi sono il risultato da perseguire e, al tempo stesso, la premessa teorica da cui partire nel disegnare geometrie e sviluppare coreografie. Alcune creazioni di danze sono complicate anche più del necessario: ma ciò è voluto dal Maestro, in quanto egli intende portare la danza ad un livello artistico e stilistico molto alto. In pratica  egli intende affermare il principio che l'insegnamento delle danze e la costruzione delle stesse sono cose che non si possono improvvisare, ma che richiedono professionalità e competenza specifica: insomma solo gli specialisti devono dedicarsi a quest'arte. Da questo momento la danza artistica prende le distanze dal  ballo popolare.

Nella seconda parte del trattato Domenico presenta danze che si sviluppano lungo una vera e propria trama. Questa è la prova che la sua concezione coreica è molto avanzata rispetto al suo tempo. Definirlo antesignano del balletto non è sbagliato: potrebbe essere definito il primo coreografo moderno.

 

Autore di un altro importante trattato è un allievo di Domenico, Guglielmo Ebreo, noto anche come Giovanni Ambrosio da Pesaro, nome che assunse quando si convertì al cristianesimo. Guglielmo, perfetto uomo del Rinascimento, che crede nella razionalità dell'ordine naturale e vede un parallelo tra l'armonia musicale e l'armonia della natura, stabilisce ulteriori regole nell'esecuzione dei balli: moderazione, soavità, leggerezza, corretto portamento, eleganza. La danza per lui, oltre che un'arte, è una scienza e va studiata come le altre scienze, con un intento speculativo e uno pratico, nel senso che tutte le teorie vanno sperimentate e verificate con l'esecuzione. Guglielmo sottolinea anche i requisiti morali necessari a chi si accinge ad apprendere l'arte di Tersicore: la danza, "arte gentile" è riservata a chi ha una buona disposizione spirituale e psicologica e è preclusa "agli scellerati e ai machanici plebei" che la renderebbero "scienza adultera e servile". Il trattato di Guglielmo detta anche regole di comportamento per  il perfetto gentiluomo e soprattutto la perfetta gentildonna, anticipando alcune delle norme esposte più tardi da Baldassar Castiglione nel Cortegiano.

La terza figura di spicco dei trattatisti del XV secolo è quella di Antonio Cornazano, poeta e umanista  oltre che esperto di balli. L'aspetto più interessante del suo discorso è la distinzione tra il modo di ballare signorile e le danze popolari. La differenza, secondo Cornazano, non sta tanto nel repertorio - in quanto molti passi dei balli popolari si trovano nelle danze di sala - ma nello stile dell'esecuzione. La bassadanza, infatti, risulta di più difficile esecuzione perché va eseguita conservando le caratteristiche di solennità, armonia e dignità.

 

Le due nuove forme della danza quattrocentesca sono la bassadanza e il ballo (o balletto). La prima ha un ritmo costante e uniforme dall'inizio alla fine, carattere solenne, e non necessita di grande spazio per l'esecuzione. Per tutto il Quattrocento è la danza maggiormente eseguita alle feste ed è completata di solito da un saltarello, un passo vivace che crea un contrasto con la solennità della bassadanza.

Il ballo è, invece, una sorta di suite, una composizione di ritmi diversi. La melodia è perciò è divisa in ritornelli commisurati ai cambiamenti di tempo. Inoltre, mentre la bassadanza è per lo più una danza di coppia, il ballo richiede fino a otto-dodici elementi, ciascuno con una precisa funzione all'interno della coreografia e, a differenza della bassadanza richiede spazi ampi e la presenza di un pubblico: per questo trova la sua naturale collocazione all'interno della festa rinascimentale.

 

Nel Cinquecento le danze diventano più complesse, come testimoniano le opere di dei due principali trattatisti: Cesare Negri (Le grazie d'amore) e di Fabrizio Caroso (Il Ballarino e Nobiltà di dame). La musica, intanto, si è arricchita del suono di nuovi strumenti, di elementi esotici, del gioco di contrasto tra ritmi lenti e veloci, mentre le figure diventano vere performance di abilità e di coordinazione motoria.

Il passi fondamentali delle danze del Cinquecento sono due: la pavana e la gagliarda,di cui la prima è certamente la più antica. L’origine del nome è incerta: secondo alcuni studiosi si chiama così perché  fu eseguita per la prima volta a Padova e questo farebbe  pensare che sia nata in Italia. Altri affermano, invece, che si tratta di una danza spagnola. Alcuni etimologisti, facendo direttamente riferimento alla tecnica di esecuzione del ballo, fanno derivare il nome dal pavone, trattandosi di una danza in cui gli esecutori si mettono in mostra, si “pavoneggiano”. Infatti il cavaliere, con portamento altero e passo solenne, mette il braccio destro, ad arco, sotto la cappa e poggia la mano sinistra sulla impugnatura della spada (che sta a sinistra), con il gomito verso l'esterno. In tal modo provoca un ampio sollevamento indietro del mantello, disegnando una figura simile alla ruota del pavone. Per il suo carattere maestoso  la pavana veniva eseguita spesso come sfilata d’ingresso degli invitati nei saloni in cui si teneva la festa.

La gagliarda era utilizzata, invece,  come chiusura della pavana, con l’intento di darle un finale movimentato, senza passi scivolati, ma saltati. Consisteva in una serie di salti e lanci della gamba che richiedevano notevole agilità. Era l'unica danza che gli uomini ballavano a capo scoperto (con il cappello in mano). Nei primi tempi aveva addirittura inglobato la pantomima, finalizzata al corteggiamento. Anche alcune critiche formulate nei confronti di questo ballo, da parte degli osservatori e commentatori dell'epoca, ci servono a capirne meglio la natura e la struttura. Nella gagliarda gli uomini davano dimostrazione di prestanza fisica con salti quasi acrobatici. Un particolare curioso questo, considerando che l'agilità richiesta dalle danze cinquecentesche  è in contrasto con l'evoluzione della moda, la quale impone ai nobili abiti sempre più ingombranti, realizzati con pesanti broccati e spesso adorni di pietre preziose che appesantiscono ulteriormente i tessuti.

 

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